GIUSTIZIA: il ruolo del Gip/Gup e il venerdì nero della giustizia !!

 

Aldo Bianchini

 

SALERNO – Venerdì 6 marzo 2015 potrebbe passare alla storia come “il venerdì nero” della giustizia in questo Paese, proprio nel momento in cui la figura del GIP/GUP si riappropria del “ruolo di terzietà” che legittimamente gli spetta rispetto alla pubblica accusa ed alla difesa; così come recita la legge e più significativamente il codice di procedura penale del 1989. Il caso giudiziario tutto estremamente mediatico dei coniugi Roberta Ragusa e Antonio Logli (la prima scomparsa dal 13 gennaio 2012 e il secondo indagato per omicidio e soppressione del cadavere della moglie) ha tenuto banco per ore dopo la sentenza del Gup (Giuseppe Laghezza) che ha prosciolto il Logli da ogni accusa perché “il fatto non sussiste” e le immotivate reazioni del pm (Antonio Giaconi) che ha sostenuto la pubblica accusa. Al di là della possibilità che il Logli possa davvero essere l’assassino del marito (nel merito non mi permetto di entrare non conoscendo tutti gli atti) la vicenda mi ha seriamente colpito ed anche spaventato per due aspetti essenziali: la reazione immotivata del PM e l’eccessiva mediaticità data al caso da tutti i net-work nazionali, quasi come se l’inchiesta prima e l’udienza poi si dovessero tenere in tv e non nella sede naturale che è e resta l’aula di giustizia. Ma andiamo con ordine. Il pm Giaconi ai microfoni di tutte le televisioni e fuori dalla sua sede naturale di intervento (l’aula) e arrivato addirittura a dire che per lui il Logli è e resta “un bugiardo patentato”, affermazione gravissima che meriterebbe da sola una seria e severa querela da parte del Logli perché il PM se ha tutto il diritto di esprimere il proprio parere deve farlo in aula nel corso della requisitoria e non fuori dal tribunale ai microfoni delle tv. Perché se il PM ha tutto il diritto di dire, sempre e solo in aula, che l’imputato è bugiardo allo stesso modo l’imputato ha tutto il diritto di dire bugie (sempre e solo in aula). La convinzione personale del giudice semmai deve e può trovare sedimentazione, sulla base del libero convincimento, soltanto nelle richieste di rinvio a giudizio e/o nelle sentenze; lo ha ribadito pochi giorni fa lo stesso presidente della repubblica Sergio Mattarella. Stupisce, quindi, che un pm possa servirsi dei mezzi di comunicazione per estrinsecare un suo pensiero personale che qualche “baldo giornalista” ha subito trasformato in una certezza acclarata. Difatti in apertura di Quarto Grado (nota trasmissione televisiva che si occupa di giudiziaria) il presentatore (Gianluigi Nuzzi) ha rimarcato il pensiero del pm e non utilizzando il più prudente condizionale ha praticamente affermato che “Logli è un bugiardo patentato”. Cose davvero dell’altro mondo se messe al confronto con l’atteggiamento di Antonio Logli sempre misurato, mai propenso alle inutili interviste, e silenzioso anche di fronte all’impenitente e stupida giornalista femmina che rincorreva la sua macchina chiedendo dove fosse la moglie (cose dell’altro mondo davvero). Pur con quel sorrisetto beffardo che da sicuramente fastidio, in pratica Logli ha dato una lezione su come dovrebbe comportarsi un giudice, altro che storie. Qualcosa, però, bisognerebbe pur fare se diamo per scontato (ed è sotto gli occhi di tutti) che da un po’ di tempo a questa parte alcuni “casi giudiziari” vengono mediaticizzati in maniera eccessiva ed anche esponenziale; ed a farlo non sono sempre giornalisti preparati, spesso parlano e dicono sciocchezze in tv anche molti giornalisti che non sanno neppure di cosa stanno parlando. Secondo alcuni esperti della comunicazione ed anche molti giuristi  alla fine questi “processi mediatici” finiscono con l’incidere anche sulla psicologia di chi deve realmente decidere il destino degli indagati. Non sono molto d’accordo con questo tipo di affermazione, ritengo invece che i giudici siano nella loro grandissima parte assolutamente lontani da simili condizionamenti; anche se non si può del tutto escludere che su qualche giudice possa davvero incidere l’eccessiva mediaticità dei processi che rientrano sotto la loro titolarità. E allora che cosa fare ? La risposta è difficile; bisognerebbe incominciare con una drastica limitazione della fuoriuscita delle notizie da tenere custodite nel segreto istruttorio, perché se la notizia esce (ovvero viene offerta in pasto alla stampa) i giornalisti la pubblicano. Punto. Ma se il fenomeno si limitasse alla semplice pubblicazione sarebbe già tanto; da qualche anno si è arrivati addirittura alla ricostruzione delle sedute in aula, degli interrogatori, delle intercettazioni,  delle veline e dei plastici con vere e proprie “scene teatrali televisive” in cui gli attori e le attrici si sostituiscono ai veri protagonisti e interpretando anche le movenze somatiche danno una versione che nella maggior parte dei casi (non voglio dire nella totalità !!) non corrispondono alla realtà che rimane comunque un fatto assolutamente riservato e noto a pochissime persone che spesso non hanno nulla a che fare con gli attori e le sceneggiate. Una correzione al sistema occorre, dicevo prima, e sarebbe bene incominciare proprio da queste ricostruzioni fantasiose impedendo che esse possano essere propalate mediaticamente su una vasta scala di cittadini-telespettatori che non ha alcuna dimestichezza con la terminologia e con la dialettica giudiziaria e processuale. Ma viviamo in un Paese dove qualsiasi decisione diventa difficile se non impossibile da prendere, anche nel mondo giudiziario.

2 thoughts on “GIUSTIZIA: il ruolo del Gip/Gup e il venerdì nero della giustizia !!

  1. Concordo perfettamente, troppe volte la tv si è sostituita alle aule dei tribunali condizionando il verdetto finale.

    1. Illustre Direttore,
      nulla di nuovo sotto il cielo,le sue sacrosante battaglie per un senso di civiltà nella Giustizia continuano ma la musica resta la stessa e purtroppo anche i suonatori.

      Quando i processi si trasferiscono dalle aule di giustizia ai mezzi d’informazione, con pressanti campagne di stampa, vi è il rischio che risulti compromesso il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, e che i “processi mediatici” si trasformino in un anticipo di condanna, senza possibilità di appello.
      Alzi la mano chi sa che in Italia, per legge, è proibito pubblicare foto di imputati in manette. Un ricco premio a chi sa indicare l’ultima condanna ad un mezzo di informazione per aver infranto questa norma.
      I processi mediatici rappresentano un’inciviltà dilagante.
      Per l’ennesima volta, si è costretti a lamentare la deriva mediatica che le questioni penali sembrano avere oramai irreversibilmente preso. Processi celebrati in televisione e sui giornali, materiali ed atti di indagine divulgati al di fuori di ogni controllo di utilizzabilità, condanne profferite in diretta televisiva e sempre più frequenti e pesantissimi tentativi di condizionamento dell’autonomia decisionale del giudice.
      Lo strumento mediatico si è sostituito interamente alla realtà del processo, divenuta paradossalmente il solo ‘riflesso’ della sua stessa precedente rappresentazione”.
      Confido, con il Direttore, che questo allarme sia da voi tutti percepito con il mio stesso timore e che sia da voi tutti condivisa l’assoluta necessità ed urgenza che questa deriva sia fermata.
      Bisogna trovare, un punto di equilibrio necessario fra il sacrosanto diritto all’informazione ed il rispetto rigoroso della funzione giurisdizionale e della sua autonomia, difendendo i principi, costituzionalmente garantiti, della presunzione di non colpevolezza e della centralità del dibattimento quale garanzia essenziale per l’attuazione del giusto processo.

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