Da Davide Michele Migliore
ROMA, 27 marzo 2026 – Le urne del 22 e 23 marzo hanno consegnato un verdetto chiaro: la riforma costituzionale non passerà. Oltre l’analisi dei flussi elettorali, emerge una motivazione profonda che ha unito generazioni diverse: la volontà di proteggere un’architettura civile che non appartiene a una singola stagione politica, ma alla Storia stessa della Nazione.
L’eredità dei Giganti
Mentre i sostenitori del cambiamento invocavano la necessità di “stare al passo con i tempi”, gran parte dell’opinione pubblica ha guardato indietro, alle radici. La nostra Carta non è un semplice manuale di procedure, ma il testamento spirituale di figure dello spessore di Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Luigi Einaudi e dei padri fondatori che, come Pietro Nenni e Bernardo Mattarella (nel solco di una tradizione democratica oggi custodita dal figlio Sergio) o l’ispiratore morale Matteo Matteotti (figlio di Giacomo Matteotti), hanno immaginato un’Italia fondata sull’equilibrio dei poteri e sulla dignità umana, reduci dal Ventennio e dalla seconda guerra mondiale.
Richiamare questi nomi oggi significa riconoscere che quella Costituzione è stata scritta da statisti capaci di guardare ai decenni, non alle prossime elezioni.
Il rischio di un “adeguamento al ribasso”
Il cuore della riflessione che ha portato alla vittoria del “No” risiede in un paradosso fondamentale: l’adattamento della norma ai tempi correnti. È innegabile che ogni testo normativo debba evolvere, ma il dibattito si è spostato su un piano più alto: se la nostra epoca è segnata da una preoccupante povertà di visione politica, da una crisi di valori e da una frammentazione del senso civico e morale, ha senso modellare la legge suprema su un presente così fragile?
L’opinione pubblica ha espresso un timore legittimo: il rischio che una riforma concepita per adeguarsi ad un clima di “decadenza istituzionale” finisse per riflettere proprio quella stessa mediocrità. Non si può pretendere di migliorare un capolavoro di equilibrio normativo se lo strumento con cui lo si vuole “aggiornare” è influenzato dalle turbolenze e dalle bassezze del dibattito politico odierno.
Difendere l’eccellenza contro la contingenza
In sintesi, il voto di questi giorni è stato un atto di orgoglio. Gli italiani hanno stabilito che se la Costituzione deve cambiare, deve farlo per elevarsi, non per assecondare le derive di un’epoca che fatica a trovare la sua bussola.
Non si è trattato di un rifiuto del progresso, ma della ferma convinzione che una Carta nata dall’eccellenza morale e intellettuale non debba essere ridimensionata per rispondere alle esigenze di una politica di corto respiro. La lezione del 2026 è chiara: prima di cambiare le regole dei Padri, occorrerebbe dimostrare di essere alla loro altezza.
Complimenti per l’eccellente analisi sull’esito del voto al referendum sulla riforma costituzionale. Ne condivido le considerazioni e le valutazioni sulla classe politica. Bravissimo all’autore.