La lezione non ancora imparata. A Marcinelle gli immigrati eravamo noi.

da Angelo Andriuolo

I nostri avi partivano, il mio nonno paterno è partito inseguendo il sogno di un futuro migliore, lontano  dalla fame,  dalla povertà e molto spesso anche dagli affetti più cari. Viaggiavano su treni merci o su navi, a seconda della destinazione,  accalcati come bestie in terza classe diretti verso un altro Paese, con l’unica certezza di dover lavorare duramente per migliorare la condizione di vita: quasi certamente non  la propria, forse quella  dei propri figli.

E,  nel periodo post bellico,  i flussi migratori dei lavoratori italiani si “arricchirono” di una nuova destinazione. Per  consentire al nostro paese  di risollevarsi dalla batosta tremenda del fascismo e  della guerra, l’ Italia   stipulò con  il Belgio, il 23 giugno 1946, quello che è passato alla storia come l’accordo “uomo-carbone”: esso prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani nelle miniere belghe in cambio della fornitura di 2.500 tonnellate di carbone al giorno per ogni mille minatori inviati. Migliaia di italiani furono spinti,  per tener fede a quella intesa,  a lasciare il proprio Paese facendo loro intravedere la possibilità   di costruire un futuro migliore.

E senza che fosse loro consentita neppure la minima percezione del rischio che correvano. La realtà era ben mascherata nei famosi “manifesti rosa”  affissi nelle piazze delle città  come  dei piccoli centri per reclutare la forza lavoro prevista dall’accordo  del 1946. Vi erano elencati solo  vantaggi, e  a dir poco mirabolanti,  per chi avesse accettato il lavoro in miniera:  salario buono e stabile; premi di natalità; biglietti ferroviari gratuiti; assistenza per trovare alloggio per gli operai con famiglia al seguito. Ma sulle condizioni di lavoro nulla. Era persino accuratamente evitata la parola miniera: il lavoro era infatti definito  semplicemente “sotterraneo”. Nessun accenno ai pericoli del lavoro ed ai rischi per la salute; nessun accenno al fatto che i cosiddetti “alloggi” erano in realtà baracche in lamiera sistemati a ridosso delle miniere e simili a quelle usate per i prigionieri di guerra.

Poi la tragedia. Tremenda. Erano le otto e dieci del mattino dell’8 agosto 1956 – un mese e mezzo esatto dopo il decimo anniversario dell’accordo –  quando un incendio, divampato a 975 metri di profondità,  distrusse  il pozzo del Bois du Cazier, a Marcinelle, nel bacino carbonifero di Charleroi. Dei 275 uomini scesi in miniera quella mattina ne risalirono vivi tredici. Le vittime erano di undici nazionalità diverse ma il maggior tributo lo pagarono i nostri connazionali: 136 di essi restarono vittime di un tragico errore umano nella manovra di un montacarichi ma soprattutto dei tantissimi difetti strutturali della miniera e della pressoché totale assenza di adeguate misure di sicurezza.

Ed è proprio da quel tragico evento che cominciò a prendere corpo l’idea che l’Europa non dovesse essere soltanto il Mercato Comune, come si chiamava all’ora,  uno spazio puramente economico e mercantile, ma dovesse diventare anche una comunità di diritti sociali e di cittadinanza. E la ricorrenza dell’8 agosto di quest’anno, per il settantesimo anniversario, segna un cambiamento fondamentale in questo senso: per la prima volta, la data viene celebrata ufficialmente come Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro, con  una partecipazione istituzionale senza precedenti, che vede la presenza del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) e delle massime rappresentanze sindacali europee e italiane.

Anche perché, pur dovendosi prendere atto che di passi avanti  se ne sono fatti,  la situazione è tutt’altro che rosea. I dati relativi agli infortuni sul lavoro nell’area UE  – che vengono rilevati   annualmente da Eurostat (Ufficio centrale di statistica dell’Unione Europea) ed elaborate da esperti della apposita sezione ESAW (European Statistics Accidents at Work) in cui sono rappresentati statistici di tutti i Paesi membri  – raccontano una verità a tinte ancora fosche. I dati più recenti risalgono al 2023:  sono stati registrati oltre tre milioni di incidenti sul lavoro; di questi  3.298 sono risultati mortali e circa 2,8 milioni,  sebbene non mortali,  hanno comportato almeno quattro giorni di assenza dal lavoro.  In Italia, solo nella prima metà del 2026, sono morte sul lavoro 482 persone e si sono verificati 213.985 infortuni non mortali.

Non c’è bisogno quindi di celebrare Marcinelle  per ricordare l’importanza della sicurezza, della prevenzione e della tutela della dignità dei lavoratori. Essa è piuttosto un monito forte alle nostre coscienze, alla nostra capacità di empatia.

A Marcinelle gli immigrati erano Italiani. Eravamo noi  che lasciavamo il nostro Paese, che accettavamo i lavori più gravosi ed umili nella  speranza di un domani migliore per i nostri figli. Eravamo noi italiani quelli che i belgi chiamavano “musi neri” (gueules noires) perché i loro volti erano completamente ricoperti di polvere di carbone e  fuliggine dopo i massacranti turni nelle gallerie sotterranee.

Oggi quelle storie hanno altri volti e sono intorno a noi. Sono quelli degli operai stranieri che salgono sulle impalcature, talvolta senza le dovute protezioni, per ristrutturare i palazzi delle nostre città; dei lavoratori bengalesi impiegati nei cantieri navali del Nordest; dei braccianti indiani che, anziani, si spaccano la schiena nei campi del Mantovano; dei migranti che hanno sfidato tante volte  la morte e raccolgono pomodori nel foggiano; dei migranti ammazzati come cani, bruciati vivi per aver chiesto un poco di umanità ai loro aguzzini.

Anche loro con la speranza di offrire ai figli condizioni di vita migliori delle proprie.

 

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