Da Angelo Andriuolo
Si è da qualche giorno chiusa la ottantatreesima edizione della mostra del cinema di Venezia e non sono mancate le solite penose miserie di rappresentati della politica pronti a contrappore il Premio speciale della giuria al film Naza diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor al Leone d’argento per la miglior regia al dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, autore di Dau. Sembra che chi apprezza l’uno non possa apprezzare l’altro perché … il diritto non vale per tutti e i morti non sono tutti uguali.
Mi è sembrato, per certi aspetti e fatti i debiti distinguo, di rivedere alcuni eventi che caratterizzarono la 29ª edizione della Mostra svoltasi nel 1968. Nel corso di quella edizione, il 5 settembre venne presentato Teorema, diretto da Pier Paolo Pasolini, il quale peraltro dichiarò che il film partecipava al concorso per volontà del produttore Franco Rossellini, essendo lui contrario ai premi e allo statuto della Mostra del Cinema.
Il film – una critica radicale, dissacrante e senza veli della società borghese che si era imposta in Italia abbattendo la società contadina custode “… dell’autenticità dell’umano” – ebbe un successo che andò oltre ogni previsione. La giuria premiò Laura Betti, una degli interpreti principali, con la Coppa Volpi per la miglior attrice.
Ma, soprattutto, il successivo 7 settembre venne conferito a Teorema il premio OCIC, assegnato dalla Organisation Catholique Internationale du Cinéma. “Più di ogni altro film presentato a questo festival – spiegò il sacerdote canadese, Marc Gervais, gesuita, studioso cinematografico, scrittore e presidente della giuria dell’OCIC – quest’opera, impregnata dell’inquietante ambiguità che caratterizza in modo straziante la nostra epoca, mette a confronto con intensa sincerità e una forza drammatica coinvolgente una certa società borghese contemporanea vista nei suoi aspetti più miseri, con un’esperienza che può essere qualificata religiosa”.
Il riconoscimento scatenò forti polemiche all’interno del mondo cattolico ed altrettanto veementi critiche da parte della Santa Sede su di un film ritenuto profondamente scandaloso. Durissimo il giudizio che su di esso espresse l’Osservatore romano il 13 settembre: “La sconvolgente metafora con cui si è preteso di rappresentare il problema di un incontro con una realtà che vorrebbe essere simbolo d’una trascendenza è in radice minata dalla coscienza freudiana e marxista (…) Il misterioso ospite non è l’immagine di un essere che libera e affranca l’uomo dai suoi tormenti esistenziali, dai suoi limiti e dalle sue impurità, ma è quasi un demone”.
Lo stesso giorno l’OCIC, proprio a seguito delle forti pressioni, revocò il premio; proprio mentre la Procura della Repubblica di Roma – seguita a ruota da quella di Genova – sequestrava il film “… per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava”.
Insomma a molti è sembrato che sia stata proprio Teorema l’opera che più di ogni altra ha dato avvio al progressivo, totale isolamento intellettuale di cui Pasolini ha sofferto lungamente, fino a vedersi trasformato in una specie di “mostro del dissenso”.
Eppure la critica feroce della borghesia, del neocapitalismo e del potere omologante del consumismo, era da tempo il punto di caduta di tutta la produzione pasoliniana (cinema, poesia, linguistica, ecc,). Perché è attraverso di essi che la nuova borghesia aveva – secondo il nostro – uniformato le coscienze degli italiani e contestualmente distrutto i vecchi sacri valori del mondo contadino; spazzati via e sostituiti dai miti falsi ed edonistici del benessere borghese e consumistico.
Rileggendo oggi i suoi scritti, si ritrova un numero notevole di chiavi interpretative delle dinamiche sociali e politiche attualmente in corso.
Basti a comprova un solo esempio. In una lettera a un amico nel 1941, Pasolini descrive commosso l’esperienza vissuta in una notte senza luna a Pieve del Pino, quando gli accadde di osservare una quantità immensa di lucciole che formavano “… boschetti di fuoco dentro boschetti di cespugli”. In quella lettera, l’artista confessa la propria invidia per quegli insetti capaci di amarsi con una gioia forte e innocente, con un “ … bagliore erratico, certo, ma vivente, bagliore di desiderio e di poesia incarnata”.
Trentaquattro anni dopo, il 1° febbraio 1975 sul Corriere della Sera, pochi mesi prima di morire, Pasolini pubblica un articolo dal titolo Il vuoto del potere in Italia, che diventerà famoso come l’Articolo delle lucciole.
Si tratta di un vero e proprio lamento funebre, di un grido di dolore per le lucciole, annientate non dal buio, ma dal “… bagliore accecante dei feroci riflettori”. Sono stati l’industrializzazione sfrenata e l’inquinamento dell’aria e dei fiumi a determinare la scomparsa delle lucciole dalle campagne. Per Pasolini questo non è solo un danno ecologico, ma il simbolo della fine di un’epoca e dei vecchi modi di vivere. E, forse proprio ripensando con nostalgia a quegli anni di gioventù, a quei bagliori erotici, gioiosi e creativi, che questi deliziosi insetti diventano per lui il simbolo non di un fatto puramente ecologico ma di una tragedia antropologica: la distruzione della vitalità e dell’autenticità dell’umano grazie alla società dei consumi, che ha ridotto gli individui a merce.
Per lui quel fenomeno segna uno spartiacque tra due fasi della vita del nostro Paese e dei regimi politici (quello fascista e quello democristiano) che, apparentemente senza discontinuità, lo hanno caratterizzato.
Ed è in questo, rectius anche in questo, la straordinaria attualità di Pasolini a mezzo secolo dalla sua tragica scomparsa.
Per dovere di cronaca, va ricordato che il procedimento giudiziario conseguente al sequestro del film si concluse in un nulla di fatto. Con sentenza passata in giudicato del 23 novembre 1968, il Tribunale di Venezia assolse Pasolini perché il fatto non costituisce reato: lo sconvolgimento provocato dal film – ritenne il giudicante – non era di natura sessuale, ma ideologico e mistico, e, trattandosi di un’incontestabile opera d’arte, non poteva essere considerato osceno. La richiesta del pubblico ministero di distruggere la pellicola fu completamente respinta.