Aldo Bianchini
SALERNO – Mentre la città si avvia verso le nuove elezioni amministrative che di nuovo non hanno assolutamente niente se non conclamato ritorno del “kaimano”, frana miseramente quella costruzione in cemento piastrellato con ceramiche che più di qualcuno molto pretenziosamente ha da sempre voluto chiamare “il faro della giustizia”.
Altri, invece, per richiamarlo alla memoria dei salernitani utilizzano incredibili iperbole come: struttura monumentale – torre geometrica in bianco e nero – simbolo di legalità – punto identitario della cittadella giudiziaria – elemento architettonico simbolico – totem urbano – richiamo visivo alla luce della giustizia – idea di orientamento civico – il punto più fotografato dell’intero complesso – ecc. ecc.
Beato chi dice e scrive queste cose, sembra assistere alla declamata apoteosi di un blocco di cemento rivestito con piastrelle di ceramica (neppure quella buona !!), ci vuole sicuramente una fantasia narrativa di prima grandezza per coprire sprechi e responsabilità e per non dire chiaramente alla gente che quel manufatto, meno di quindici anni fa, è costato circa 600mila euro donati magicamente a “due artisti” Ben Jakober e Yannick Vu, probabilmente per caso a Salerno in gita scolastica e che dovendo impegnare un po’ del loro tempo libero proposero ed ottennero dal Comune la progettazione dell’opera (progetto bandito previo concorso internazionale di idee con commissione presieduta, guarda un po’, dall’archistar David Chipperfield (nato a Londra nel 1953 – progettista dell’intera cittadella che non so a quanti salernitani piaccia davvero) e dall’onnipresente Achille Bonito Oliva (nato a Caggiano <SA> il 4.11.1939) per il quale il nostro futuro sindaco stravedeva e stravede.
Una somma di denaro pubblico ingente che venne sperperata con leggerezza per un manufatto che, a mio avviso, neppure tutti i magistrati del Tribunale così come i normali cittadini hanno mai avuto modo di vedere e quanto meno di osservare.
Anche perché così come è situata in quell’area appartata e distante, anche se di fronte, dal tribunale non è né meta turistica e neppure di passaggio intenso di magistrati, cancellieri, personale amministrativo giudiziario, e men che meno di cittadini che transitano per quel luogo abbastanza infuriati dalle deviazioni stradali imposte nella confusione del traffico.
E ci voleva, mi chiedo, un concorso internazionale di idee (altri soldi spesi a vuoto) per edificare un blocco di cemento decorato con piastrtelle di ceramica che in meno di quindici anni sta franando su se stesso tra lo stupore, questa volta, si di tutti i salernitani.
Il mostro sacro deluchiano dei “grandi lavori pubblici” non riesce mai ad entrare nelle numerose campagne elettorali succedutesi dal 1993 ad oggi; una cosa del genere, uno spreco così ingente dovrebbe, prima ancora dei cittadini, stimolare tutti quei politici che dicono di voler finalmente abbattere il “mito deluchiano” sbandierato, dai suoi proseliti, come il “faro della politica salernitana” che, al contrario di quello della giustizia, regge benissimo al tempo, alle tempeste ed agli attacchi inutili e, spesso, senza senso.